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Piove. E non me ne dispiaccio, mi dirigo a quelle piscine al coperto, con divani e arredi che altrimenti non rivedrei. Un portoncino in vetro sulla seconda di queste, lo guardo e mi ci fiondo, divide la parte della vasca chiusa da quella all’aperto. Esco. Le gocce sul viso, l’acqua sotto e sopra, puntellano e rimbalzano su una pelle stanca dal sole. La guardo, la pioggia, ci provo e come al solito penso che la riuscita sia migliore dell’intento. Mi basta. Mi chiedo cosa debba essere lavato ancora, su qualcosa che di giorno in giorno pulisco. Anche qui, ci provo e mi basta. Forse certi posti, certi volti, vanno tenuti sporchi. Mi sembra di vedermi dall’alto, a braccia aperte e inerme sotto un diluvio, mentre galleggio e percorro alibi su ciò che non riesco più a fare.
(L è venuta a trovarmi per un giorno e poco più. Mi sorride sempre e i suoi abbracci sono un toccasana oggi. Mi dice che ci crede che molti possano volermi bene. A novembre se ci sei andiamo a Vienna? Mi chiede).
C’è un signore anziano, uno di quei volti a cui sorridi con sincerità, guarda me rientrare. È fredda fuori? Sei stato coraggioso! L’acqua no, la pioggia si, gli rispondo gentile. Le porte son qui per essere aperte, lui dice. Se qualcuno le mette è per chiuderle, replico io. Mi sorride lui.
Quelle porte, infissi a doppia mandata. Non son mai stato capace di chiuderle davvero. Non a chiave. Preferisco che prima o poi qualcuno possa aprirle e non trovarmi più come pensava.
(Una chiave, una macchia e un mai più. Mi accarezzo la pelle, scruto l’acqua in due consistenze. Una di cloro, una di pioggia. Ricordi quando…? No, ovvio che no).